La casa sullo stretto
M. camminava a passo svelto lungo il Viale San Martino. Odiava ridursi alla Vigilia di Natale per gli ultimi
regali, ma finiva sempre così. Scarpe da ginnastica, jeans larghi, capelli raccolti in una coda disordinata,
tutto in lei urlava la sua corsa contro il tempo. Le luci natalizie brillavano sui binari del tram come gocce
di pioggia argentea, mentre un timido corteo No ponte sfilava poco distante. “Ma come avranno fatto a
scegliere il 24 dicembre per manifestare?” pensò M., mentre superava piazza Cairoli e già lo Stretto, calmo
e invitante, le apriva la vista sul mare. Per un attimo dimenticò la lista dei regali. Attratta dai riflessi delle
luci della Calabria, virò verso la Passeggiata, ammirando la zona falcata. Gli slogan dei manifestanti le
arrivavano distorti: “Lo Stretto non si tocca!”.
M. aveva difficoltà ad immaginare l’imponente architettura del ponte ergersi su quello spettacolo naturale.
E poi, serviva davvero? Le sponde le sembravano già abbastanza vicine così.
Il telefono vibrò. Rispose. “Perché non sei venuta al corteo? Siamo in pochissimi. Abbiamo bisogno di
te.”
“Lo sai, ho partecipato ai cortei per vent’anni. Cosa è cambiato? Ho ricevuto ugualmente la lettera di
esproprio”.
“Vent’anni fa non ti saresti mai permessa di dimenticartene”.
Quelle parole furono come un pugno per lei. Si ricordò di quando urlava in consiglio comunale contro i
tecnici che disegnavano tracciati irrealistici, di quando aveva distribuito volantini nelle scuole per
convincere anche gli studenti a riflettere con la loro testa, di quando aveva organizzato lei stessa cortei,
inventato slogan, stampato loghi e magliette. E oggi? Quel fuoco si era spento. Un avviso di esproprio
pendeva sulla sua casa.
Dentro il negozio di articoli da regalo, M. si aggirava tra decorazioni natalizie e oggettistica, in mezzo ad
una nutrita folla di paladini del regalo dell’ultimo minuto. Abbandonata in un angolo, una pallina per
decorare l’albero attirò la sua attenzione. Era dorata e tenuta insieme da un filo rosso, che terminava in
un piccolo interruttore. Lo azionò: una scritta, che non aveva notato prima, elegante come un invito a
nozze, si illuminò: “Solo nella notte di Natale i desideri vengono presi sul serio”.
M. sorrise, ed elesse quell’oggetto a tardiva decorazione per lo sguarnito abete di plastica che troneggiava
nel suo salone.
Nella villetta di Torre Faro, il Natale era sgualcito. Si era spento a furia di battaglie che non portavano a
nulla, e la disillusione aveva tolto colore ad ogni cosa. La pallina, almeno, faceva luce. M. la sistemò al
centro dell’albero e si ritrovò a fissare tutte le scatole che lo circondavano. Non erano regali di Natale,
ma un modo per sbarazzarsi di tutto ciò che le restava di anni di battaglie: cartelloni, comunicati, bandiere.
Anni sprecati inseguendo un desiderio che il governo aveva infranto, scegliendo di far ricadere nella sua
proprietà il cantiere del mastodontico progetto del Ponte.
Adesso tutto era inutile. Eppure…
M. tornò a guardare la pallina e l’accese. La scritta brillò: “Solo nella notte di Natale i desideri vengono
presi sul serio”.
La potenza del suo desiderio le avvampò nel corpo. E se fosse più forte della rassegnazione?
Era il 24 dicembre e mai come allora sentiva chiara la sua volontà. Prese la lettera di esproprio e la strappò.
Poi, scorse la rubrica del telefono: nomi che non chiamava da anni. Ne scelse uno.
“Pronto?”
“Sono io.”
“M.?”
“Senti, lo so che è la Vigilia…ma stanotte io sento che qualcosa può cambiare. Ho bisogno di fare
qualcosa. Ho bisogno di noi”.
Dall’altra parte, un sospiro. “Dove sei?”
“Da me, a Torre Faro”.
“Arrivo”.
Il telefono vibrò di nuovo, e poi ancora e ancora. Una chiamata, poi un’altra. Qualcuno chiese cosa
stessero facendo lì. “Non lo so, ancora” diceva M., “Ma so che restare fermi non è più possibile”. Il fuoco
della sua lotta riaccese anche la scintilla degli altri. Dimenticarono che era Natale e misero in piedi una
protesta che, così grande, Messina non l’aveva mai vista. Voci, passi, cartelloni sparsi sul pavimento. Mani
che scrivevano, idee che correvano. Nell’arco di qualche ora, la casa sullo Stretto si riempì fino a
scoppiare. Chi non vi trovava più posto, restava fuori, e fuori diventò spiaggia, e spiaggia diventò mare.
Dal mare arrivarono luci: barche disordinate, attratte dal rumore. “Che nessuno tocchi il mare!”, qualcuno
urlò. Torre Faro accolse pacifica il caos del fermento, dei colori, dei cori, degli striscioni. Le luci del
Natale, l’albero in piazza, il presepe sul lago, battevano lo stesso ritmo della protesta. Tutti si sentirono
chiamati a partecipare, nessuno restò a guardare.
Fu una notte di delirio e potenza, di lungimiranza e saggezza, di comunità.
Niente era certo, ovvio. Ma era vivo. E per quella notte, bastava.
Il 25 dicembre Messina si svegliò imbiancata. La neve, cadendo persino sulla spiaggia, aveva regalato un
giaciglio a tutti quelli che avevano deciso di sognare insieme. M. si svegliò con il cuore pieno e il cellulare
che tremava per le continue notifiche. La sua casa sullo Stretto e ciò che vi era accaduto aveva fatto il
giro dei social.
Con la testa frastornata, si aggirò tra gli ambienti della sua casa invasi da gente ancora addormentata, e vi
scorse volti noti e meno noti. Prese il vialetto, e stringendosi dentro un piumino, uscì in strada. La folla
era ancora numerosa, ma il silenzio era irreale. Se le avessero raccontato quello che stava vivendo, non ci
avrebbe creduto.
Si mosse cauta tra lo spessore della neve, attenta a non scivolare, e si portò in spiaggia. Quello che vide
la stupì ancora di più: la neve era caduta così abbondante che uno strato di ghiaccio si era solidificato tra
le due coste, cristallizzando le barche che lambivano l’area di Scilla e Cariddi. M. avanzò. E ad ogni suo
passo, la Calabria era meravigliosamente vicina. In fondo, il Ponte non era forse già questo mare?
Smeralda Cappello



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