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Pelé!

 

Cosa c’entra Pelé con una rivista dedicata alla scrittura, agli autori indipendenti, emergenti, aspiranti o come più ci piace essere chiamati?

Domanda legittima che mi porrei anche io, trovando piuttosto difficile riuscire a creare un parallelismo tra calcio e scrittura, due mondi diametralmente opposti: uno incentrato sullo sforzo fisico, l’altro su quello intellettuale.

Eppure se vorrete proseguire nella lettura tenterò di farlo.

Mi sono ritrovata, qualche pomeriggio fa seduta sul divano e intirizzita dal freddo, a guardare un film già iniziato, scelto da quell’inguaribile amante del calcio che è il mio compagno.

Pelé, la storia di un bambino che giocava a piedi scalzi con i suoi amici su campetti arrangiati e polverosi.

Un bambino povero, figlio di un fuoriclasse costretto a rinunciare alla carriera calcistica a causa di un infortunio.

Il mio cinismo mi ha portata a storcere il naso, a immaginare una trama vista e rivista, usata spesso a sproposito per condire di banalità un prodotto cinematografico e renderlo fruibile a tutti, anche a chi di calcio non ne vuole sentir parlare.

La rivincita dell’emarginato, il fenomeno che emerge nonostante le difficoltà.

Insomma il mio approccio alla visione non è stato dei migliori.

Intanto il giovane Edson Arantes Do Nascimento iniziava la sua carriera.

E la iniziava male, perché la ginga, quello stile di gioco che contraddistingueva il Brasile, quel modo di far danzare la palla ubriacando l’avversario, non era all’altezza dei canoni europei, era selvaggio, ridicolo.

E il Brasile doveva andare ai mondiali, cercando di uscire da un periodo nero che l’aveva visto subire amare sconfitte.

Quindi niente ginga, solo regole imposte dai dettami del calcio di oltreoceano.

Forse qualcuno inizia a capire dove voglio arrivare con questa mia disquisizione approssimativa su un argomento che mastico poco.

Pelé era bravo, ma non bastava; l’imposizione a non giocare come sapeva lo rendeva un discreto giocatore tra tanti.

Poi il mio compagno ha fatto una considerazione:

A Pelè non gli dovevano dire come giocare, perché lui giocava a sentimento, con la fantasia

E lì un piccolo interruttore nella mia testa ha fatto click.

Non era l’ennesima storia strappalacrime su un bambino povero che diventava Il Re, ma la storia di una passione che andava oltre le direttive imposte da presunti esperti.

Ci sono regole ferree da seguire, che si tratti del calcio o della scrittura, ma poi c’è il sentimento, la fantasia, ed è quello che manda avanti tutto.

Nel momento in cui padroneggiamo questi principi fondamentali, è a quel punto che entrano in campo le nostre reali capacità, la nostra forza di essere diversi, forti e unici.

Non è eliminando gli avverbi in mente, disprezzando i gerundi, applicando lo show don’t tell e scegliendo il POV più quotato al momento che la nostra opera sarà speciale; probabilmente la renderemo solo in linea con i canoni stabiliti da qualcun altro.

Insomma dovremmo essere tutti un po’ Pelé e giocare la ginga.

Francesca Fontanazza

 

 

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